Distribuzione del documentario "Una nuova famiglia" di Serena Lazzaro
Distribuzione del documentario "Una nuova famiglia" di Serena Lazzaro
Frame "Il regalo di compleanno" di Gianni Spezzano
In un piccolo paese dell’entroterra, Guido insegna inglese a tre giovani allievi. Sotto la pressione del regime fascista, le sue lezioni diventano un fragile spazio di libertà, dove una lingua proibita si trasforma in poesia, complicità e possibilità di immaginare un mondo diverso. Quando l’Ufficiale Serafini irrompe nella scuola, quella libertà viene improvvisamente minacciata.
Poster del cortometraggio "Il regalo di compleanno" di Gianni Spezzano
In un piccolo paese dell’entroterra, Guido insegna inglese a tre giovani allievi. Sotto la pressione del regime fascista, le sue lezioni diventano un fragile spazio di libertà, dove una lingua proibita si trasforma in poesia, complicità e possibilità di immaginare un mondo diverso. Quando l’Ufficiale Serafini irrompe nella scuola, quella libertà viene improvvisamente minacciata.  
Poster del cortometraggio "Il regalo di compleanno" di Gianni Spezzano
"Una nuova famiglia" un documentario di Serena Lazzaro
"Una nuova famiglia" un documentario di Serena Lazzaro

Italia, 2026 / 30′

scritto e diretto da
Giacomo Salvatelli

con
Lorenzo Rivola​
Eleanor Grace
Costantino Ricci
Eleonora Trezza
Tommaso Busoni
Luciano Albanese
Bruno Vaccaro

Direttore della Fotografia Marianna Bregni
Scenografia Andrea Bella
  Sara Fausti
Costumi Auren Coppenrath
Montaggio Giacomo Salvatelli
Musiche Mirko Ettore D’Agostino
Fonico Giovanni Carosi
Sound design Alessia Marini
Mix Filippo Barbieri
Produzione Dunda Film
Prodotto da Lorenzo Rivola
Distribuzione Esen Studios

Giacomo Salvatelli

Biofilmografia

Giacomo Salvatelli è un autore e regista marchigiano. Studia Cinema alla RUFA Rome University of Fine Arts. Durante il percorso accademico, approfondisce il linguaggio cinematografico integrando regia, sceneggiatura e montaggio, ma sviluppando parallelamente anche un interesse per la ricerca e la rielaborazione degli archivi audiovisivi. Tra i suoi primi lavori figurano i cortometraggi Pioggia di Marzo e L’Ultimo Canto dei Berretti Scarlatti.

Note di regia

Con L’Ultimo Canto Dei Berretti Scarlatti non volevamo semplicemente parlare di fascismo, anzi ci interessava riportarlo come mera ambientazione per interrogarci su quelle disumanità che riconosciamo, in maniera simile, anche nel mondo di oggi. Ci è sembrato necessario parlare di un regime sottile e quotidiano, prima della guerra e lontano dalle grandi città. Dunque, nelle piccole realtà, quel fascismo che si insinua nelle vite attraverso la minaccia, il controllo e la negazione delle libertà più ovvie. Allora, non un regime che agisce o che decide, bensì un regime che nega, limita, e che soprattutto cancella.

Da ciò, deriva la scelta di lavorare esattamente per negazione. Non di caricare il film dei suoi sentimenti più intensi, anzi di svuotarlo progressivamente seguendo il corso degli eventi. L’insegnamento dell’inglese, che si fa forma di resistenza poetica, diventa allora simbolo di un’arte capace di oltrepassare ogni barriera, di resistere alla distruzione. Un’arte che, sotto l’immagine di una poesia scritta, si fa allora simbolo di memoria. Una poesia, quindi, che si mostra come l’unica componente capace di restare e di farsi valere: capace di non farsi cancellare.

È per questa idea di ‘regime totale’ che si è deciso di riservare un valore protagonista agli ambienti sonori, ai vicoli immobili, alle pause dilatate e alle attese più angoscianti. A tutto ciò che, quindi, racconta di un fascismo tanto nascosto quanto riconoscibile dappertutto, tanto silenzioso quanto angosciante in ogni suo momento. Dunque, ciò che ci aiuta a costruire un’ambientazione priva di ogni valore umano, finora ancora ovvio.

A questa dimensione intima si affianca quella degli archivi, datati 1940. Le immagini della militarizzazione delle campagne italiane accompagnano il racconto facendo fiorire ciò che nella storia rimane nascosto. Da una parte c’è l’Italia umana dei nostri personaggi e dei loro piccoli gesti; dall’altra, un’Italia disumana che si organizza, si militarizza e si prepara alla guerra. Lo scarto temporale dell’archivio anticipa ciò che accadrà di lì a poco e lascia affiorare, dentro la vicenda privata, il peso della Storia sulle singole vite umane di chi la abita.

Dallo stesso criterio nasce la decisione di conferire al colore un valore di essenzialità, lasciandolo emergere solo nel momento di pura resistenza. Quando la vicenda individuale del protagonista smette di appartenere soltanto a lui, noi smettiamo di vederla in bianco e nero e, finalmente, riusciamo a riconoscerne i colori.

Il film vuole essere, allora, una riflessione sulla libertà perduta, ma anche una domanda sul presente. Non per stabilire un parallelismo diretto con il fascismo di ieri, quanto per ricordarci di come la libertà, prima di essere negata apertamente, possa essere lentamente erosa nella quotidianità dell’oggi. Interrogarci, allora, su come ciò che è stato non rimanga confinato nel passato, anzi su come continui a vivere nella memoria, nelle paure e nelle contraddizioni attraverso cui guardiamo il nostro Paese.