Italia, 2026 / 30′
scritto e diretto da
Giacomo Salvatelli
con
Lorenzo Rivola
Eleanor Grace
Costantino Ricci
Eleonora Trezza
Tommaso Busoni
Luciano Albanese
Bruno Vaccaro
| Direttore della Fotografia | Marianna Bregni |
| Scenografia | Andrea Bella |
| Sara Fausti | |
| Costumi | Auren Coppenrath |
| Montaggio | Giacomo Salvatelli |
| Musiche | Mirko Ettore D’Agostino |
| Fonico | Giovanni Carosi |
| Sound design | Alessia Marini |
| Mix | Filippo Barbieri |
| Produzione | Dunda Film |
| Prodotto da | Lorenzo Rivola |
| Distribuzione | Esen Studios |
Giacomo Salvatelli
Biofilmografia
Note di regia
Da ciò, deriva la scelta di lavorare esattamente per negazione. Non di caricare il film dei suoi sentimenti più intensi, anzi di svuotarlo progressivamente seguendo il corso degli eventi. L’insegnamento dell’inglese, che si fa forma di resistenza poetica, diventa allora simbolo di un’arte capace di oltrepassare ogni barriera, di resistere alla distruzione. Un’arte che, sotto l’immagine di una poesia scritta, si fa allora simbolo di memoria. Una poesia, quindi, che si mostra come l’unica componente capace di restare e di farsi valere: capace di non farsi cancellare.
È per questa idea di ‘regime totale’ che si è deciso di riservare un valore protagonista agli ambienti sonori, ai vicoli immobili, alle pause dilatate e alle attese più angoscianti. A tutto ciò che, quindi, racconta di un fascismo tanto nascosto quanto riconoscibile dappertutto, tanto silenzioso quanto angosciante in ogni suo momento. Dunque, ciò che ci aiuta a costruire un’ambientazione priva di ogni valore umano, finora ancora ovvio.
A questa dimensione intima si affianca quella degli archivi, datati 1940. Le immagini della militarizzazione delle campagne italiane accompagnano il racconto facendo fiorire ciò che nella storia rimane nascosto. Da una parte c’è l’Italia umana dei nostri personaggi e dei loro piccoli gesti; dall’altra, un’Italia disumana che si organizza, si militarizza e si prepara alla guerra. Lo scarto temporale dell’archivio anticipa ciò che accadrà di lì a poco e lascia affiorare, dentro la vicenda privata, il peso della Storia sulle singole vite umane di chi la abita.
Dallo stesso criterio nasce la decisione di conferire al colore un valore di essenzialità, lasciandolo emergere solo nel momento di pura resistenza. Quando la vicenda individuale del protagonista smette di appartenere soltanto a lui, noi smettiamo di vederla in bianco e nero e, finalmente, riusciamo a riconoscerne i colori.
Il film vuole essere, allora, una riflessione sulla libertà perduta, ma anche una domanda sul presente. Non per stabilire un parallelismo diretto con il fascismo di ieri, quanto per ricordarci di come la libertà, prima di essere negata apertamente, possa essere lentamente erosa nella quotidianità dell’oggi. Interrogarci, allora, su come ciò che è stato non rimanga confinato nel passato, anzi su come continui a vivere nella memoria, nelle paure e nelle contraddizioni attraverso cui guardiamo il nostro Paese.


