Celeste non sa più stare al mondo, neanche i festini che organizza le interessano più. Dopo essere fuggita da una di queste feste, si imbatte in una chiesa. In questo luogo così trascendentale e spirituale, farà un incontro particolare.
Celeste non sa più stare al mondo, neanche i festini che organizza le interessano più. Dopo essere fuggita da una di queste feste, si imbatte in una chiesa. In questo luogo così trascendentale e spirituale, farà un incontro particolare.
Dopo la Notte
(When night ends)
Italia, 2025 / 15′
un film di
con
Alessandra Roca
| Scritto da | Paolo Fosca Costanza Fusco |
| Direttore della Fotografia | Alessandro Folgore |
| Scenografia | Valentino Falcetti |
| Montaggio | Adele Insardà |
| VFX Artist – Supervisor | Ludovica Greco |
| Musica | Flavio Le Fosse |
| Suono | Pietro Montesi Davide Lugni Luca Panettieri |
| Costumi | Filippo De Primio |
| Organizzatrice di Produzione | Bea Maria Elisa Limjuco Salvador |
| Casting Director | Stefania De Santis |
| Produttore Esecutivo | Kimera Film |
| Produzione | Scuola Gian Maria Volontè |
| Distribuzione | Esen Studios |
AWARDS
- Afrodite Shorts
Italy, 2025
BEST SHORT FILM
Official Selections
- Alice nella Città
Italia, 2025 - Afrodite Shorts
Italia, 2025 - Foggia Film Festival
Italia, 2025
Costanza Fusco
Biofilmografia
Costanza Fusco nasce a Palermo il 26 giugno 2001 e si trasferisce a Roma nel 2006. Inizia la sua carriera da scrittrice nel 2014, pubblicando la rubrica Undercorner sulla rivista Carteggi Letterari, negli anni successivi collaborerà anche con Vice, The Vision e Radio India- La casa d’argilla. Lavora come assistente alla regia in diversi cortometraggi dal 2016 al 2018 e nello stesso periodo è regista di videoclip per Misto Mame Collective e Velluto Records. Nel 2021 vince il Mitreo Film Festival per la migliore sceneggiatura. Nel 2022 si laurea con lode in Arti e Scienze dello Spettacolo e nel 2023, vince il premio Best Pitch allo Z-Pitch Contest con il progetto di lungometraggio Negghia. É stata tirocinante sul set di La vita accanto di Marco Tullio Giordana e in preparazione del film di prossima uscita Ammazzare Stanca, di Daniele Vicari. Dal 2018 ad oggi ha diretto diversi cortometraggi, tra cui Sangue Blu (2024, MitrArt) e Dopo la notte (2025, Kimerafilm). Attualmente sta montando il suo cortometraggio autoprodotto Tana libera tutte e lavorando al cortometraggio post-diploma della Scuola Volontè, in cui ha frequentato il corso di regia.
Filmografia:
- “Dopo la notte” (When night ends), 2025
- “Sangue blu”, 2024
Note di regia
Con Dopo la notte ho voluto raccontare un momento di rottura e ascolto, una sospensione in cui la protagonista – Celeste – è costretta, per la prima volta, a confrontarsi con il proprio vuoto emotivo. Il cortometraggio si muove tra realismo magico ed emotivo: tutto ciò che accade è filtrato dalla percezione sensibile di Celeste, il mondo si deforma o si intensifica in base al suo stato interiore.
La storia prende forma attraverso il suo smarrimento: un’alienazione che la porta a vivere le notti tra eccessi e rumore, con la musica come rifugio mentale costante, una colonna sonora che esiste solo nella sua testa. Solo nel momento in cui il corto si apre al surreale – l’incontro impossibile con la madre – quel rumore si spegne, lasciando spazio al silenzio e alla possibilità di ascoltarsi davvero.
La chiesa, luogo centrale del film, non è uno spazio religioso ma spirituale nel senso più puro: un luogo di assenza, ma anche di possibilità. Un vuoto dove Celeste può finalmente abitare il proprio corpo, sentire il tempo, ballare senza aspettative né sguardi esterni. In questo luogo sospeso, si apre uno spiraglio di verità.
Visivamente, il corto segue un’evoluzione ritmica precisa: dalla concitazione e frammentazione della prima parte si passa a una progressiva distensione, fino a una regia che si fa più rarefatta, contemplativa. Durante il dialogo con la madre si è cercato di rispettare l’intimità emotiva della scena, affidandosi al potere della memoria e del non detto. L’incontro non salva Celeste, ma la scuote. Non le dà risposte, ma apre una ferita attraverso cui può tornare a sentire. Il film si chiude in una solitudine profonda, ma con una fragile luce che filtra: quella di chi ha attraversato la notte e ha visto qualcosa, anche solo per un attimo.
La storia prende forma attraverso il suo smarrimento: un’alienazione che la porta a vivere le notti tra eccessi e rumore, con la musica come rifugio mentale costante, una colonna sonora che esiste solo nella sua testa. Solo nel momento in cui il corto si apre al surreale – l’incontro impossibile con la madre – quel rumore si spegne, lasciando spazio al silenzio e alla possibilità di ascoltarsi davvero.
La chiesa, luogo centrale del film, non è uno spazio religioso ma spirituale nel senso più puro: un luogo di assenza, ma anche di possibilità. Un vuoto dove Celeste può finalmente abitare il proprio corpo, sentire il tempo, ballare senza aspettative né sguardi esterni. In questo luogo sospeso, si apre uno spiraglio di verità.
Visivamente, il corto segue un’evoluzione ritmica precisa: dalla concitazione e frammentazione della prima parte si passa a una progressiva distensione, fino a una regia che si fa più rarefatta, contemplativa. Durante il dialogo con la madre si è cercato di rispettare l’intimità emotiva della scena, affidandosi al potere della memoria e del non detto. L’incontro non salva Celeste, ma la scuote. Non le dà risposte, ma apre una ferita attraverso cui può tornare a sentire. Il film si chiude in una solitudine profonda, ma con una fragile luce che filtra: quella di chi ha attraversato la notte e ha visto qualcosa, anche solo per un attimo.

