Roma, 1968. Cinque coinquilini borghesi e pseudo-maoisti prendono parte attiva al movimento studentesco, desiderosi di giocare a fare i rivoluzionari. Presto capiscono che il credo politico non è un gioco di immagine.
Roma, 1968. Cinque coinquilini borghesi e pseudo-maoisti prendono parte attiva al movimento studentesco, desiderosi di giocare a fare i rivoluzionari. Presto capiscono che il credo politico non è un gioco di immagine.
Italia, 2026 / 12′
regia di
con
Matilde Pettazzoni
Simone Cacciali
Alessandra Porcù
Matteo Cernuta
Lorenzo Giacomino
Ludovica Carlaccini
Edoardo De Marte
| Scritto da | Giacomo Salvatelli |
| Direttore della Fotografia | Ariana González Martinengo |
| Scenografia | Alice Giacopini |
| Montaggio | Adriana Caragiulo |
| Musica | Margherita Ciocchi |
| Suono | Margherita Ciocchi |
| Montaggio del suono | Alessia Marini |
| Costumi | Auren Coppenrath |
| Produttore | Giacomo Salvatelli |
| Distribuzione | Esen Studios |
Giacomo Salvatelli
Biografia
Giacomo Salvatelli è un autore e regista marchigiano. Studia Cinema alla RUFA Rome University of Fine Arts. Durante il percorso accademico, approfondisce il linguaggio cinematografico integrando regia, sceneggiatura e montaggio, ma sviluppando parallelamente anche un interesse per la ricerca e la rielaborazione degli archivi audiovisivi. Tra i suoi primi lavori figurano i cortometraggi Pioggia di Marzo e L’Ultimo Canto dei Berretti Scarlatti.
Filmografia:
- “Pioggia di Marzo” , 2026, cortometraggio
- “Il Nome di Hope” , 2026, cortometraggio animato
- “L’Ultimo Canto dei Beretti Scarlatti” , 2026, cortometraggio
Note di regia
Spesso mi chiedo quale sia la linea sottile che separa l’ideologia politica dal fanatismo rivoluzionario. Ho notato che queste idee nascono come necessarie e sincere, ma allo stesso tempo sono molto vulnerabili. Guardando alla mia generazione, a me e agli altri studenti universitari, mi accorgo di quanto spesso l’ideologia politica sfoci in un gioco d’immagine, senza un vero credo o una reale consapevolezza. Pioggia di Marzo nasce da qui: dal tentativo di guardare indietro per riflettere sul presente. Il Sessantotto mi è sembrato un caso perfetto proprio perché contraddittorio e divisivo, e Valle Giulia ancora più interessante per ciò che Pasolini e altri ne hanno scritto. Quella critica al borghese che gioca a fare la rivoluzione mi sembra, da studente, ancora molto attuale. Quell’appropriarsi di battaglie che non si conoscono mi pare oggi all’ordine del giorno. Per questo, il cortometraggio non vuole raccontare una storia, ma ritrarre una condizione. Da una parte, una messa in scena colorata e leggera, che ricostruisce gli anni ’60 nel senso più pop del termine; dall’altra, le pellicole d’archivio, che riportano a una realtà cruda e consapevole, dove ragioni e conseguenze sono vere. Nel mezzo, una protesta che può essere tanto una battaglia quanto una parata di Carnevale. Pioggia di Marzo nasce da questa domanda, che continuo a sentire aperta.

