|

Tra i palazzi grigi della periferia romana, Valeria si occupa dello storico food truck di famiglia. Con un padre alcolizzato e un fidanzato assente, la ragazza vive invisibile la sua esistenza, finché un avvenimento sconvolgente non la porterà a domandarsi chi è veramente.

 

Poster del cortometraggio "Street Food" di Paolina Gramegna
|

Tra i palazzi grigi della periferia romana, Valeria si occupa dello storico food truck di famiglia. Con un padre alcolizzato e un fidanzato assente, la ragazza vive invisibile la sua esistenza, finché un avvenimento sconvolgente non la porterà a domandarsi chi è veramente.

 

Poster del cortometraggio "Street Food" di Paolina Gramegna

STREET FOOD

Italia  2024 / 12′

un film di
Paolina Gramegna

con
Valentina Orti
Federico Balzarini
Giuseppe Cantagallo
Clara D’Afflitto Morlino

Soggetto e Sceneggiatura Paolina Gramegna
Direttore della fotografia Luca Travaglini
Montaggio Elisa Curatola
Trucco Lisa Odifreddi
Musica “Feather” di Leumann
Suono Maurizio Massa
Mix Audio Stefano Toson Marin
Colorist Alessandro Rocchi
Graphic Design Francesca Pietrangelo
Distribuzione Esen Studios

Selezioni e premi nei film festival internazionali del cortometraggio "Street Food" di Paolina Gramegna

Official Selections

  • Capital City Film Festival  USA, 2024 
  • Los Angeles, Italia – Film, Fashion and Art Fest  USA, 2024 
  • Mompeo International Short Film Festival (Italia)
Paolina Gramegna, regista del cortometraggio "Street food"

Paolina Gramegna

Paolina Gramegna inizia il percorso da regista frequentando il corso specialistico in Arte Cinematografica presso la R.U.F.A. – Rome University of Fine Arts. Realizza vari cortometraggi durante gli anni accademici, tra cui uno girato in pellicola 35mm, La Matriarca, durante la residenza Terre di Cinema a Catania. Nel 2020 realizza per la tesi di laurea un cortometraggio a tema femminile riguardante il gender gap, Non è una città per ragazze. L’ultimo progetto, Street Food, nasce grazie a una residenza cinematografica incentrata sulla rivalutazione delle periferie, Luci dalle Periferie, con l’associazione MotoreAzione.

Note di regia

L’idea di questa storia nasce sulle coste dell’Abruzzo. Presso un classico furgoncino dei panini, più grande del normale, con vari ragazzi che lavoravano al suo interno. Tutti uomini, tranne una. Quella che sembrava essere la proprietaria: una ragazza giunonica con i capelli legati e una maglietta sporca di unto. Comandava tutti con fermezza, era imponente, ma guardandola negli occhi si poteva scorgere benissimo un misto di malinconia e tristezza. “Che vita faceva quella ragazza?” mi chiesi mentre gustavo il suo buonissimo panino in una giornata di agosto.
La storia è una parentesi nella vita della protagonista. Ho voluto sperimentare questa narrazione di un luogo e di un tempo di una persona: Valeria, questo il nome che ho subito pensato guardando la ragazza dei panini. Volevo indagare quando e come una persona, che fino a quel momento ha sacrificato tutta la sua vita per gli altri, si rende conto che finalmente esiste, che non è al mondo solo per soddisfare i bisogni di chi la circonda, ma vive, ha un proprio respiro e di conseguenza una propria realtà. Il luogo a me proposto è stato la periferia di Roma, dove troppo spesso molte persone si trovano costrette in situazioni, in ruoli dai quali sottrarcisi diventa quasi impossibile. E così, con la partecipazione e collaborazione della residenza di MotoreAzione, questa mia proposta, nata sulle spiagge abruzzesi, è diventata sempre più concreta. Dalla scelta dell’attrice, con i suoi occhi che mi rimandavano agli occhi pieni di malinconia della ragazza dei panini sulla spiaggia, alla scelta del nome: “Street Food” letteralmente cibo di strada e quindi il mangiare dalla strada che lei, la protagonista, metaforicamente ingerisce e butta giù; la sua realtà che si fa viva e pulsante come un pezzo di carne e quindi concreta e grazie alla quale Valeria potrà rendersi conto di esistere.
Dal punto di vista fotografico volevo che tutto il corto avesse un aspetto che ricordasse quell’unto e quello sporco delle piastre della carne, a questo proposito con il direttore della fotografia abbiamo lavorato sul contrasto dell’alternanza tra la vita diurna a lavoro della protagonista e la sua vita notturna in casa; la fotografia ha voluto sottolineare questi due elementi, contrapponendo gli esterni giorno caldi e afosi con degli interni notte surrealisticamente freddi e contrastati.
Tramite il lavoro con l’audio ho voluto che tutti gli ambienti avessero una loro esistenza sonora, perlopiù fatta di rumori di sottofondo (come la cappa e il frigorifero in cucina o il rumore del traffico); per arrivare al momento finale dove la protagonista attraverso un lungo respiro avesse un suo momento di silenzio per ascoltarsi nel profondo.
L’ascolto del sé più profondo porta Valeria a compiere una scelta, che noi non vediamo; il film, di fatto, non mostra cosa sceglierà di fare, ma mostra il processo che avviene prima: da dove nasce la volontà di un cambio di rotta. Mi sono soffermata su quelle che potevano essere le ragioni e i doveri per i quali a volte una persona è costretta ad interpretare suo malgrado un ruolo mai chiesto. La scelta di non mostrare cosa la protagonista potrebbe aver fatto nel momento di massimo climax vuole sottolineare che il come non è importante, ma mette in luce che una scelta, nel bene o nel male, è stata fatta.
Il rapporto che la protagonista ha con il cibo, tutto questo toccare e impastare, evidenzia tutta la solitudine della giovane donna, l’unico contatto che ha è solo con la carne cruda perché quelli che dovrebbero essere i suoi contatti “vivi” la ignorano.
Dunque Valeria viene, suo malgrado, posta di fronte ad una valutazione della sua esistenza; cosa farà da quel momento in poi è un’altra storia.